Speranza
Chiacchierata tra Augias e Jovanotti, con una parola difficile da dire
Uno scrittore che stimo ha intervistato un artista che stimo. Ne è venuta fuori una conversazione lenta, senza fretta, sull’arte, il corpo, il viaggio, il mondo. Sto parlando di Corrado Augias e Lorenzo Cherubini Jovanotti. Voglio bene a entrambi perché uno mi ricorda mio nonno e l’altro mi ha fatto compagnia durante il passaggio dall’adolescenza all’età adulta.
Jovanotti ha raccolto poesie da viaggio insieme a Nicola Crocetti, Augias lo ha invitato nella sua Torre di Babele per parlarne. Sono tutte poesie da viaggio o meglio, come scrive Jovanotti nella prefazione, da pellegrinaggio, perché ogni viaggio è “un cammino di devozione, un poema” e ogni poesia “è movimento”. La poesia per Jovanotti è un linguaggio universale come la musica.
Durante l’intervista, viene più volte evocata la parola speranza. È una parola difficile da dire, si rischia di passare per ottimisti e non avere cognizione della realtà. “Essere ottimisti, avere fede, non è cool”, afferma Jovanotti, ed io ho compreso perché molte volte sono stato accusato di averne troppo.
Spesso si pensa che una persona che abbia popolarità o successo nel suo lavoro non abbia la giusta cognizione del dolore. Non è così. La speranza non è un privilegio di chi non ha sofferto: appartiene a tutte le generazioni che si affacciano alla vita, e Jovanotti l’ha celebrata insieme alla forza e alla sapienza del corpo.
Si parla di giovani, di nuove generazioni, nei quali la speranza è peculiarità. “I giovani hanno il diritto di fare le loro scelte”, ha detto il cantautore ad Augias.
Ho ascoltare e guardato i due mentre parlavano e ho pensato che certi incontri esistono per ricordarci che la speranza non è ingenuità. È memoria di qualcosa che non è ancora successo.

