Una via con l'invisibile
Una cosa spirituale di Vasco Brondi
Ho letto Una cosa spirituale di Vasco Brondi e non riesco a smettere di pensare a quella ragazza che conviveva con lui e credeva sarebbe stato affascinante guardarlo comporre. Poi lo aveva sentito ripetere ogni verso migliaia di volte e lo aveva trovato allucinante.
È un libretto su molte cose insieme: la meditazione Vipassana, Luigi Ghirri che fotografava nel raggio di tre km da casa, Celati che scriveva i suoi romanzi da stanco, il duende di Lorca, il fatto che la creatività assomigli più alla preghiera che al talento. Brondi cita molto, ma lo fa come chi ha costruito la propria cultura nel tempo, senza esibirla.
Ho riconosciuto qualcosa anche nel passaggio sullo yoga. Anch'io avevo resistenze, l'idea che fosse una cosa per altri, un po' distante da me. Poi da poco più di un anno ho iniziato a praticarlo, grazie a un'istruttrice che mi ha introdotto nella pratica con una pazienza che non davo per scontata. Quello che Brondi descrive - partire dal corpo per arrivare alla mente, la traiettoria opposta della psicoterapia - è esattamente quello che sento ogni volta che mi fermo sul tappetino. Non è ginnastica. È una forma di ascolto che non sapevo di non saper fare.
Il flusso che mi lascia è questo: l'arte come insistere. Ripetere, tornare, ostinarsi, non perché funzioni o renda o piaccia agli altri, ma per aprire una via di comunicazione con qualcosa che non si vede. Suonare come pregare con il rosario. Scrivere come forma ascetica.
In un momento in cui anche il riposo viene ottimizzato, è un libro che chiede di fermarsi. Non come consiglio. Come atto.


